Sono profondamente stanca. Mi trovo in un turbine di incertezze, ferma nel mio posto quasi fossi al centro del moto astrale. Vedere Doug con un'altra mi ha fatto comprendere quanto poco lo avessi considerato negli ultimi tempi, quanto lui davvero stesse male per me e come un orgasmo in un vialetto possa trasformare una donna in una puttana. Tuttavia non è questo che mi colpisce, quanto piuttosto il mio cinismo. Non mi sento offesa dalle sue accuse, non mi sento ferita, ma delusa. Non da lui, ovviamente: sono delusa da me stessa, dall'essere riuscita ad ingannarmi di nuovo, dall'aver creduto per un attimo che i miei segreti fossero in buone mani. Mi auguro che la sua nuova fiamma gli faccia dimenticare tutto, compresi i gelsomini.
Giselle mi ha fatto fare un test, il Minnesota. E' lo stesso test che si fa per entrare nell'esercito, 560 domande alle quali rispondere rapidamente Vero o Falso al fine di tracciare un profilo psichico. Ho davvero timore dei risultati.
Ieri sera sono stata al cimitero. Il solito vecchietto simpatico mi ha permesso di tornare nei pressi della lapide di James. Faceva freddo, non avevo voglia di starmene in casa e la Superb sapeva la strada. Non so cosa stessi cercando, sicurezze, ricordi, non lo so. Sono rimasta li seduta, in silenzio, a contemplare la scritta 30 Dicembre 2010, il giorno della sua morte. Ha un sorriso beffardo nella foto, si sente un grand'uomo anche sottoterra. Ho cominciato a parlargli, come se potesse sentirmi, gli ho detto tutto, di Sam, Marlen, Doug, Giselle, Rudolph, dei miei sonni disturbati, di mio padre perso nella solitudine della sua senilità, di Elisa felice dopo aver rinunciato a suo figlio ed ad un tratto ho sentito le lacrime rigarmi il viso. Perché non ci sei, James? Perché sono così profondamente sola?
Ho pianto per giorni, anni forse, le lacrime di ogni sera senza speranza, di ogni uomo senza importanza, di ogni maledetta volta che avrei voluto semplicemente qualcuno che mi dicesse: "E' tutto a posto".
Questa sofferenza mi segna giorno dopo giorno, eppure solo in quel momento ho sentito un contatto con quel che resta della mia umanità.
"Signorina Eve? Ha bisogno d'aiuto?". Un'ombra mi si avvicina, ho gli occhi gonfi e la luce fioca delle candele non mi permette di riconoscere chi mi parla. "Chi sei?" mi sento una bambina, ho la voce ormai rotta dal pianto e vorrei che nessuno mi vedesse in questo stato. "Sono Clover, non volevo disturbare. E' tutto a posto?".
"Così il signore simpatico è tuo zio?". Clover mi ha portata nella casetta del custode offrendomi una coperta ed una cioccolata calda. "Si, non vuole saperne di lasciare questo posto. Sono ormai dieci anni che sua moglie non c'è più, ma lui è legato a questa casa e ai suoi ricordi. Ogni tanto vengo a trovarlo e qualche volta lo vedo parlare, sorridere e piangere nei pressi della lapide di mia zia, quasi lei fosse li con lui. Sono stati felici insieme per oltre 50 anni. Stasera sono passato a preparargli una zuppa e mi ha raccontato di lei...".
"Suvvia, Clover, dammi del tu. Non c'è molta differenza tra me e tuo zio. Siamo due nostalgici, vediamola così. Mi scuso per il mio stato pietoso, è la prima volta che mi succede". Sono davvero imbarazzata. Clover minimizza e si offre di scortarmi a casa. Giunti al cancello mi saluta sorridendo.
Stamattina mi sono svegliata senza brutti sogni.